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Intelligenza Emotiva al Lavoro

intelligenza emotiva al lavoro

Hai sicuramente già sentito l’espressione “Intelligenza Emotiva”, ne ho accennato anche in un precedente post definendola come la capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni.

Perché è indispensabile usare l’intelligenza emotiva al lavoro?

In un’inchiesta su cosa i datori di lavoro cercassero nei nuovi assunti, le capacità tecniche specifiche sono risultate meno importanti della fondamentale capacità di imparare sul lavoro. Dopo di essa, i datori di lavoro hanno elencato:

  • capacità di ascoltare e comunicare oralmente
  • capacità di adattarsi e reagire in modo creativo a insuccessi e ostacoli
  • dominio di sé, fiducia e motivazione personali necessari per lavorare verso gli obiettivi
  • desiderio di sviluppare la propria carriera e orgoglio per i risultati raggiunti
  • efficacia nel lavoro di gruppo e nelle relazioni interpersonali, capacità di cooperare e lavorare in team, abilità di negoziare in caso di disaccordo
  • capacità organizzative, desiderio di dare il proprio contributo, potenzialità necessarie per assumere la leadership.

Appare chiaro che tutte queste “doti” hanno poco a che fare con le competenze tecniche e molto invece con l’intelligenza emotiva.

Le capacità che fanno capo all’intelligenza emotiva funzionano in sinergia con quelle cognitive: quanto più un lavoro è complesso, tanto più l’intelligenza emotiva conta, mentre una carenza in questo ambito può addirittura ostacolare l’utilizzo delle doti intellettuali.

Le competenze chiave sono legate alle singole realtà aziendali: ogni azienda e ogni settore hanno una propria “ecologia emotiva”, di conseguenza le caratteristiche di maggior valore varieranno da caso a caso.

Tutte le competenze importanti sul posto di lavoro sono abitudini apprese: se siamo carenti nell’una o nell’altra possiamo imparare a fare meglio. Tuttavia questi miglioramenti non possono aver luogo se non si è consapevoli di come certe abitudini ci danneggiano.

Per questo motivo D. Goleman indica come la prima delle 5 aree di competenza dell’Intelligenza Emotiva proprio la consapevolezza di sé.

La consapevolezza di sé

In un’antica leggenda giapponese si narra di un samurai bellicoso che un giorno sfidò un maestro Zen chiedendogli di spiegare il concetto di paradiso e inferno. Il monaco replicò con disprezzo: “Non sei che un rozzo villano: non posso perdere il mio tempo con gente come te!“.

Sentendosi attaccato nel suo stesso onore, il samurai si infuriò e, sguainata la spada, gridò: “potrei ucciderti per la tua impertinenza!

Ecco” replicò con calma il maestro “questo è l’inferno“. 

Riconoscendo che il maestro diceva la verità sulla collera che lo aveva invaso, il samurai, colpito, si calmò, rinfoderò la spada e si inchinò ringraziando il monaco per la lezione.

Ecco“, disse allora il maestro Zen “questo è il paradiso“.

 

L’espressione “conosci te stesso” risale all’antica Grecia, era scritta sul frontone del tempio di Apollo a Delfi. Socrate ne fece suo il motto: è un’esortazione a comprendere l’importanza dell’autoconsapevolezza.

Conoscere noi stessi ci permette di prevedere come affronteremo le varie situazioni che la vita ci porrà di fronte, andando incontro alla vita preparati, e quindi capaci di scegliere situazioni, comportamenti e atteggiamenti funzionali in base ai nostri obiettivi.

  • quali sono i miei punti di forza? quali le debolezze? quali i miei limiti?
  • come reagisco di fronte alle varie situazioni?
  • cosa desidero? di cosa ho bisogno per stare  bene?
  • Quali emozioni mi accompagnano e da cosa nascono? Quali sono gli effetti su di me?

La consapevolezza è come un muscolo: va allenato costantemente. Ma in che modo? Ne parlo anche in questo articolo, dagli un’occhiata.

La consapevolezza nasce dall’osservazione, è importante allenarsi a osservare, ascoltare e ascoltarsi senza giudicare ma solo prestando attenzione.

Ti è mai capitato di entrare in una stanza e dimenticarti perché sei entrato lì? O durante una conversazione con qualcuno, scoprire di non aver sentito neppure una parola di quello che ha detto?

La tendenza a non essere completamente presenti ha diverse conseguenze importanti e può farci perdere l’occasione di realizzare appieno il nostro potenziale.

Viviamo in un mondo multitasking: riceviamo ogni giorno, ogni ora, decine di stimoli, informazioni, fonti di distrazione. Questo è ormai riconosciuto come una fonte di stress e, invece che migliorare le performance lavorative, spesso le ostacola, finendo per essere solo un gran perdita di tempo, Se ti va di approfondire ho trattato l’argomento in questo articolo.

In sintesi:
  1. porta l’attenzione andando in profondità in ogni cosa che fai, senza distrarti fino a che non l’hai portata a compimento.
  2. poniti sempre le domande: cosa provo? che cosa mi fa reagire?
  3. ascolta il tuo corpo, entra in contatto con i tuoi sensi, prenditi una pausa per te stesso.

Questi tre suggerimenti sono semplici solo in apparenza, ti renderai conto applicandoli le prime volte che richiedono un grande sforzo, dato da rompere i vecchi schemi, le vecchie abitudini che ci portano a reagire automaticamente.

Avremo modo nei prossimi articoli di esplorare le altre competenze dell’intelligenza emotiva. Per il momento, se ti è piaciuto questo articolo lascia pure un commento qui sotto e fammi sapere cosa ne pensi.

Sara Fresu, Professional Counselor

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